SIGARETTE ELETTRONICHE: DUE ANNI PER DISTRUGGERE UN SETTORE CAMBIANO I GOVERNI, MA LE LOBBIES DEL TABACCO RESISTONO

La sigaretta elettronica, una forma intelligente di riduzione dei danni da tabagismo che simula il fumo, ma non contiene tabacco, al suo esordio sul mercato italiano, nel 2012, offre lavoro a 5.000 operatori, per lo più giovani, in 3.500 negozi e muove un giro d’affari da 300 mln di euro. Ciononostante, non esistono norme tecniche che disciplinino gli aspetti attinenti le caratteristiche del prodotto, né disposizioni inerenti la produzione, la distribuzione e la vendita al dettaglio.
L’anno successivo il Ministero della Salute riferisce, in occasione della “Giornata mondiale senza tabacco 2013”, che il 91,2% degli italiani conosce la sigaretta elettronica e il 10,1% intende provarla. Utilizza la e-cig regolarmente (mediamente 9 volte al giorno) l’1,0% degli italiani, equivalente a circa 500 mila persone; il 3,2% la usa occasionalmente. Ma il 28 giugno detta disposizioni fiscali inerenti i prodotti succedanei dei prodotti da fumo: dal 1° gennaio 2014 i prodotti contenenti nicotina o altre sostanze idonei a sostituire il consumo dei tabacchi lavorati, nonché i dispostivi meccanici ed elettronici, comprese le parti di ricambio, saranno assoggettati ad imposta di consumo nella misura pari al 58,5 per cento del prezzo di vendita al pubblico. Sempre dalla stessa data, la commercializzazione dei prodotti di cui sopra è assoggettata alla preventiva autorizzazione da parte dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.
Le conseguenze dell’annunciato provvedimento si ripercuotono pesantemente sul settore, con la chiusura, a fine 2013, del 35/40% degli esercizi commerciali ed i conseguenti licenziamenti (si stimano 2.400 posti di lavoro persi), ed i mancati introiti di IVA, Irpef, Inps, ecc.
Su ricorso presentato da alcune società produttrici e distributrici di “sigarette elettroniche” cui ha aderito, ad adiuvandum, la FIESEL-Confesercenti, il TAR smonta pezzo per pezzo il decreto colabrodo emanato sei mesi prima e rinvia il tutto alla Corte Costituzionale, rimettendo alla stessa Corte la legittimità delle norme istitutive dell’imposta di consumo sui predetti prodotti. Un provvedimento che accusa e condanna le scelte di Governo.
Ma ancora una volta, sempre a ridosso delle vacanze estive, l’esecutivo Renzi rilancia, con l’unico vero obiettivo di rendere le sigarette elettroniche più costose delle tradizionali, salvaguardando così il mercato del tabacco. Il CDM, convocato per giovedì 10 luglio, è infatti chiamato ad approvare una norma che ha dell’incredibile: “I prodotti da fumo senza combustione (ovvero le sigarette elettroniche) costituiti da sostanze diverse dal tabacco (vengono escluse le cialde delle sigarette elettroniche prodotte dalle multinazionali) sono assoggettati ad un’imposta di consumo pari al 60% dell’accisa gravante sull’equivalente quantitativo di sigarette. L’equivalenza è determinata sulla base di apposite procedure tecniche, in ragione del tempo necessario per il consumo in condizioni di aspirazione conformi a quelle utilizzate per l’analisi dei contenuti delle sigarette”. Ma Renzi non invoca semplificazione e trasparenza?

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